Intervista a Fausto Puglisi, da Messina a Madonna

Inserito in Giu 6 2011 - 11:42am

Creativo Made in Sicily e business man forgiato dalla Grande Mela. Consapevole che la moda sia la più materialistica delle arti, disegna alla ricerca dell’edonismo e riportando in auge i fasti simposiaci cari a greci e romani.

Pensa allo sparkling degli abiti come un’armatura che ricopre tessuti e colori, curati con dedizione sartoriale, affinché la femminilità incontri la forza. Da Messina a Los Angeles, da Milano a Sanremo; da Madonna a Beyoncè, da Kylie Minogue a Britney Spears: Fausto Puglisi.

Partiamo dalla tua esistenza in quel di Messina, quando eri un Puglisi come tanti. A cosa ti dedicavi?
Ho avuto una splendida infanzia anche grazie all’opportunità di vivere nella provincia del sud. A Messina facevo il liceo classico e conducevo una vita assolutamente normale. Ho sempre saputo quello che avrei voluto fare e perciò studiavo, disegnavo e sognavo. Progettavo questa carriera, proprio come fosse una missione. Ho scelto consapevolmente gli studi letterari, poiché amavo l’idea di avere una base culturale umanistica e forse questo spiega il mio odio congenito per la chimica e la matematica. Coadiuvavo il greco e latino a letture come VOGUE USA o VOGUE FRANCIA; insomma, cercavo di informarmi.

Com’è nata l’esigenza di cambiare continente?
Ho sempre desiderato di vivere negli Stati Uniti. Mi sono formato con quella che era la cultura e la controcultura reaganiana, nutrendomi di “Starsky & Hutch”, di “Supercar”, di “Magnum P.I.”. L’America rappresentava per me un punto di partenza, quindi non appena finito il liceo ho scelto di andarci a vivere. Inizialmente era un po’ complicato, perché non avendo il visto ogni sei mesi dovevo tornare in Italia, cosa che a me non dispiaceva affatto. Ho sempre mantenuto l’abitudine di tornare a casa, e questo ha fatto sì che il vestito di Whitney Houston per i Grammy Awards del 2000 sia stato confezionato ad Acireale, in provincia di Catania. Lì, ho trovato delle sarte straordinarie, brave e appassionate che seguivano i lavori che poi portavo negli Stati Uniti.

Come sei riuscito a farti notare?
Ho iniziato a vendere le mie creazioni ad alcuni dei più importanti negozi americani e molte delle stylist più celebri li hanno apprezzati. Sono stato notato da guru del fashion system come Patty Wilson (Britney Spears, David LaChapelle) o Arianne Philips (Madonna) che mi hanno proposto di occuparmi dei loro assistiti. È stato il modo più adatto di iniziare la mia carriera, perché quello che amo è soprattutto l’ideazione del “progetto”; le fondamenta strettamente creative. Ricerco uno stile di vita, un concetto o un contesto, come un regista. Per questo è stato particolarmente stimolante collaborare con Patty Wilson. Lei mi chiedeva dei pezzi che dovessero essere pensati ad hoc per un particolare progetto fotografico, il quale prevedeva determinate peculiarità in funzione dello scatto.

Non ti rammarica l’essere stato scoperto dagli americani piuttosto che dai tuoi connazionali?
Assolutamente no. Nonostante le esperienze oltreoceano se non fosse stato per Domenico Dolce e Stefano Gabbana non sarei riuscito a sfondare sul mercato. Ho sempre avuto una realtà di nicchia; certo, si tratta di una nicchia che vede nomi come Madonna e Kylie Minogue, ma la vera sfida è quella col mondo. Mi piace l’idea di vedere donne vestite da me e questo è accaduto solo quando qualcuno ha preso le mie creazioni e le ha messe in vetrina. Se è venuto Sanremo e riesco a vendere in svariate parti del mondo è anche grazie a Dolce&Gabbana: li adoro.

Il nuovo “must to have” della moda sembrano essere i “giovani”. Tanti i concorsi e tante le testate che ne parlano, ma pensi che esista in Italia qualcuno che si occupi concretamente di loro, senza dimenticarli strada facendo?
Nel mio caso tutto è nato con Spiga2, il progetto che prende appunto il nome dal negozio Dolce&Gabbana in via Spiga a Milano, il quale ha aperto le sue vetrine ai giovani emergenti. Questo non è “il concorsino” ma una realtà pratica, perché la moda è business e devi vendere. Trovo effimeri i concorsi che, pur facendo un ottimo lavoro di scouting, alla fine non associno il talento a commerci forti.

Il comune denominatore dei tuoi abiti sono gli innesti metallici: enormi medaglie al valore. È un modo per inneggiare alla donna come combattente?
Certo. La donna è una combattente e odio le gatte morte. Amo le donne/donne e non le donne/uomo. Adoro l’estrema femminilità delle donne ritratte da Helmut Newton e l’estrema fierezza della sua condizione, utile non per sollazzare l’uomo ma per esplicare se stessa. Gli inserti metallici sono materiali necessari per manifestare iconograficamente questo suo “potere”. Mi affascina la donna sessuale, non avvezza alla civetteria.

Giusy Ferrè, pronunciandosi su Sanremo, definì “tremendi i look – della quarta serata – di Elisabetta Canalis e Belen Rodriguez”, puntualizzando che i tuoi abiti sembrino “eccessivamente simili alle creazioni di Gianni Versace”. Come ti poni di fronte a questa osservazione?
Giusy Ferrè è una donna estremamente intelligente e una grande provocatrice. Lo dico senza mezzi termini che Gianni Versace è il mio maestro ed è stato per me un grandissimo punto di riferimento. Personalmente credo di avere molto in comune con lui, partendo dalle nostre origini di uomini del sud. Mi seducevano le sue operazioni di stile e in particolare la sua dote di nobilitare la “donna della strada”; ma alla fine dei conti, io traduco a modo mio quello che so fare. Trovo meraviglioso che una ragazza straordinaria come Francesca Versace abbia comprato dei miei pezzi. Nel caso specifico di Sanremo, la mia vera ispirazione è stato il film “Caligola”, prodotto da Bob Guccione, l’inventore di Penthouse. Credo che noi designers creiamo bellezza e bisognerebbe puntare l’attenzione su quello. Alla fine, pensa che Beyoncè è rimasta affascinata dalle creazioni di Sanremo e ha voluto che le ri-creassi per lei.

Colore, ottimismo, gambe e opulenza sono i tuoi rimedi per affrontare la crisi economica. Secondo la tua visione, nei momenti difficili, almeno la moda, dovrebbe focalizzarsi sull’ aspetto ludico?
La moda deve mirare alla bellezza e concedere magari anche un momento di evasione. Siamo in una società che ha già tutto, dai mostri sacri dell’eleganza come Chanel alle linee culto della street style come Zara o H&M. In questo contesto un nuovo emergente, secondo me, deve essere una sorta di entertainer; deve proporre un oggetto del desiderio capace di farti sognare. Il mio sogno vuole poter abbattere ogni tipo di crisi.

Per il look giornaliero ti fai promotore del finto casual; un look easy a metà strada tra la femminilità di una gonna e la mascolinità di una canotta da uomo. Ti affascina mescolare generi diversi?
È una cosa che si vede tantissimo a Los Angeles. Io la definisco “sciatteria di lusso” e la trovo molto femminile. Adoro particolarmente il gioco tra alto e basso. A me piace la possibilità di mixare e perciò anche unire lo sportwear ad un concetto di meticolosità couture.

Pensi a una collezione maschile? Quali sarebbero i suoi cardini?
Mi sto già occupando della collezione maschile. L’uomo deve essere sartoriale ed interrompere la sua severità con una t-shirt. Sarà un uomo costruito ma rilassato; un uomo di Instambul che vive tra New York e Shanghai. Ammiccherà ad attitudini regimental ed incuterà rispetto e forza nonostante i suoi tratti morbidi.

Foto|Fausto Puglisi

Antonio P.

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