Intervista a Marco Santaniello

Inserito il Mar 30 2011 - 11:21am di fsfrau

Da maschio del sud Italia a moderno Che Guevara del mondo della moda. Freak prodige, grondante di passione, di voglia di confrontarsi con ogni realtà comunicativa e di colorare il grigiore delle vite precarie dei giovani: Marco Santaniello. Che ragazzo eri in quel di Cosenza? Qual era la tua attitudine alla vita? Calcio, femmine e […]

Da maschio del sud Italia a moderno Che Guevara del mondo della moda. Freak prodige, grondante di passione, di voglia di confrontarsi con ogni realtà comunicativa e di colorare il grigiore delle vite precarie dei giovani: Marco Santaniello.

Che ragazzo eri in quel di Cosenza? Qual era la tua attitudine alla vita?
Calcio, femmine e feste; classico. Avevo una vita tranquilla. Ero molto diverso da adesso. Per me la moda non esisteva proprio fino al 2002/2003. Frequentando l’università a Perugia da subito ho iniziato a fare il P.R. per locali. Probabilmente l’aver frequentato assiduamente la nightlife mi ha naturalmente spinto a esplorare il fashion system e, in qualche modo, mi sono lasciato coinvolgere dalla sua energia attrattiva. Il mio primo acquisto dopo “l’evoluzione” è stata una maglia di Roberto Cavalli.

Com’è iniziato il tuo inserimento nel fashion business?
Ho iniziato nel 2004 come blogger, dando consigli sugli abbinamenti. Poi ho collaborato con qualche magazine on line e adesso continuo comunque a scrivere di moda per il blog di Max Mara.

Prendi le cose senza aspettare che ti vengano servite su di un piatto d’argento. Credi che la miglior strategia per far breccia nel mondo della moda sia l’auto-imposizione?
Non hai altra chance. È un sistema finto. Le riviste mettono solo quello che vogliono i maggiori inserzionisti; è tutta pubblicità. Tutto è finto come la tv e i quotidiani. Non è meglio chi si occupa di nuove proposte: Vogue.it non presenta dei talenti ma dei bambini di terza elementare. Tutto questo schifo non mi sta bene ed invece di lamentarmi è stato meglio iniziare a fare. Sono partito da zero; non so cucire bene, non so disegnare a mano e non ho mai studiato moda in una scuola. Ciononostante oggi sono giornalista, ho un brevetto che sta crescendo a livello internazionale, ho fatto più di dieci sfilate tra eventi e non autorizzate, ho avuto più di centodieci review in tutto il mondo e potrei continuare per ore. Gli italiani si sanno solo lamentare. Sono un popolo lazy.

Sei molto critico verso l’istruzione nel settore della moda. Sarebbe meglio lasciare selvaggio il proprio talento?
Io sono critico in seguito alla situazione che tocca le persone del nostro paese laureate in fashion design o annessi. Tanti commessi di showroom o di H&M, molti stagisti, alcuni “stilisti”. Non concepisco come si possa studiare e pagare fior di euro per aspirare a lavorare presso Armani o Cavalli. Il tuo nome viene sempre dietro tutto e tutti e questo avviene perché il sistema moda italiano se ne frega dei giovani. Si organizzano eventi per sponsorizzare le nuove proposte, ma quelli esposti non sono emergenti; loro sono già quasi affermati. I veri emergenti sono i talenti che non sanno o non hanno i mezzi per farsi notare. La Camera Nazionale della Moda dovrebbe far qualcosa.

Le tue creazioni hanno una forte impronta periferica, quasi punk, molto lontana dal concetto estetico italiano. Può attecchire una cultura oversize in un paese tremendamente fittato?
Non mi importa cosa pensi l’Italia di me e delle mie creazioni in quanto ho una visione molto più ampia. L’Italia non potrebbe mai diventare “style” tutto in un botto. Ci sono rari sporadici tentativi di personalità ma molti rimangono comunque copie di copie, che si ghettizzano o seguono un santone di turno. Bisognerebbe puntare su se stessi e stop. Non vedo l’ora di andare via, pur non sputando su quello che mi sta offrendo Milano. La moda è quella della strada; io adoro la cultura underground e per averla sarebbe opportuno uno stravolgimento sulle nostre fondamenta. La società rincretinita che ci ritroviamo è il frutto delle operazioni medianiche dal governo e dal Vaticano.

Le t-skirts, come il tavolino composto da cubi di Rubik o gli orecchini di soldatini di plastica, ricordano il gioco dadaista; l’evoluzione utilitaristica degli oggetti. Far evolvere la materia in qualcos’ altro è un mezzo per ammorbidire i concetti stereotipati di estetica?
Tutto viene creato in modo naturale. Io creo per lanciare messaggi e quindi anche per cercare di far riaffiorare alcuni concetti che si danno per scontati, che non vengono mai presi seriamente. Mi toccano particolarmente i nostri problemi interni come i terremotati dell’Umbria e dell’Aquila o la questione della disoccupazione giovanile. Viviamo in un paese dove la maggior parte dei ragazzi morirebbe di fame senza il mantenimento dei genitori. Questa è una cosa gravissima che provo a mettere in luce anche con le mie creazioni.

Vivi una realtà in cui tutto è tanto: tante facce, tante cose, tante parole, tanti impegni. Non senti che a volte tutto perda importanza? Non ti manca a volte il poco che poteva darti la Calabria?
Assolutamente no. Non sono patriottico. Per come vivo, se ho bisogno di qualcosa cerco in ogni modo di non farmela mancare. In Calabria, a volte, mi sento un alieno. Con tante persone che frequentavo in passato oggi non ci capiamo più; e poi io adoro viaggiare. Appena posso scappo e difficilmente riesco a vivere a lungo in un posto. L’unica cosa che mi porterebbe a fermarmi per sempre e penso per cui potrei anche rinunciare a tutto quello che sto facendo è l’amore. Ma per adesso non ne voglio sentir parlare, in quanto sono molto focalizzato su me stesso. Poi si vedrà.

Progetti futuri? Idee anarchiche da svelare?
Credo che farò qualcosa a Milano contro il nucleare e contro la guerra. Poi ho in progetto una mostra pop a Montreal a Settembre e sto pensando a una limited edition di t-shirt per bambini. Ma non dimenticate mai che amo improvvisare e quindi aspettatevi di tutto.

PER SAPERNE DI PIU’ VAI SUL SITO Marco Santaniello

Antonio P.

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