L’evoluzione dell’abbigliamento comune si progredisce proprio come si intersecano le necessità. Lo street style è stato oggettivamente sempre tendente al pratico, all’essenzialità del concetto di easy.
Le sneackers sono il lasciapassare per ogni tipo di condizione stradale. Preferibilmente nere, per evitare mutazioni e alterazioni del colore di fronte al pericolo macchia. Il jeans si è andato rimpicciolendo. Negli anni, si è passato da quelli trenta misure più larghi, amati dalla cultura rap, a quelli strappatissimi, dalla zampa d’elefante a quelli a vita bassa col logo delle mutande in prima mostra. Oggi però, si sceglie in linea di massima quasi sempre il jeans a tubo, o comunque che definisce le linee della gambe senza esagerazioni di sorta. Col caldo per le strade si vive di t-shirt; poche a unico fondo, troppe quelle con slogan al limite della possibile accusa di oscenità in luogo pubblico. Pessime quelle che vedono come scenario i colori catarifrangenti o i titoli del brand di turno sponsorizzato dal vip del momento. Per l’inverno ai bomber è stato definitivamente fatto il funerale. Solo cappottini sagomati ai fianchi e trench dal mood british. Ottimi mezzi di alterazione della monotonia cromatica e geometrica sono i cardigan o gli smanicati in lana. Di questi sarebbe preferibile una scelta monocolor, ancor meglio se l’unico “color” fosse un tono neutro come il bianco, il grigio o il nero. Out è il gilet che portavano anche i preti sotto la tunica. Altrettanto out il cravattino che lascia spazio ai papillon. Attenzione quasi spasmodica si presta all’intimo. L’uomo della strada ama curare il tipo di calzino che indossa così come dimostra il proliferare di negozi esclusivamente dediti all’underwear. Coloratissime o seriose, le calze sono sempre un indice di piacevole cura che rende meno disgustosi i momenti di vita casalinga convissuta.
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Antonio P.










