L’Italia non è un Paese per lavoratori

Inserito il Lug 24 2012 - 7:05am di fsfrau

Le cifre parlano, il posto fisso non è esiste più. Unioncamere nella indagine Excelsior rivela che secondo le previsioni delle aziende nel trimestre luglio-settembre, dei 159 mila posti messi a disposizione appena il 19,8% è stabile, una tendenza è in atto già dal precedente trimestre, tra aprile e giugno. Ma fino all’inizio del 2012 la […]

Le cifre parlano, il posto fisso non è esiste più. Unioncamere nella indagine Excelsior rivela che secondo le previsioni delle aziende nel trimestre luglio-settembre, dei 159 mila posti messi a disposizione appena il 19,8% è stabile, una tendenza è in atto già dal precedente trimestre, tra aprile e giugno.

Ma fino all’inizio del 2012 la percentuale di contratti senza scadenza era notevolmente superiore, sfuggivano alla precarietà, infatti, circa tre neoassunti su dieci.

Sono il 72,3% del totale i nuovi posti a tempo determinato richiesti per luglio-settembre. E di questi molti sono contratti stagionali. Secondo l’indagine è “l’effetto incertezza” che porta a spostare quote di domanda verso assunzioni “a termine”, siano esse stagionali o con altro contratto: “Al di là degli alterni andamenti stagionali della domanda di lavoro complessiva, la debolezza e le incertezze dello scenario economico stanno quindi riducendo drasticamente i contratti di lavoro stabili che le imprese possono o intendono stipulare”.

Anche un’altra indagine sottolinea la gravità del lavoro in Italia, la Relazione annuale di Bankitalia: “Le retribuzioni sono praticamente ferme da dieci anni. Le buste paga, infatti, sono cresciute solo di 29 euro, passando da 1.410 euro al mese nel 2000 a 1.439 nel 2010. Nello stesso decennio, la situazione per la famiglia di un operaio è persino peggiorata. Nel 2000, infatti, il reddito reale familiare equivalente disponibile per un operaio, apprendista o commesso era pari a 13.691 euro, ma nel 2010 era sceso a 13.249, ben 442 euro in meno. Va peggio al Sud, dove nello stesso periodo la retribuzione è passata da 1.267 a 1.276 euro, con un aumento di soli 9 euro, neanche uno l’anno. Nel 2006 le retribuzioni medie arrivavano a 1.489 euro, due anni dopo (con l’inizio della crisi) erano scese a 1.442 euro, e nel 2010 la situazione era ancora peggiorata, arrivando a 1.439 euro. La riduzione in termini reali, in quattro anni, è stata di 50 euro (-3,3%). Penalizzati tutti i lavoratori dello Stivale: nel centro-nord la riduzione è stata di 46 euro (-2,9%), mentre nel sud e isole il taglio è stato di 56 euro (-4,2%).” Il settore che grava di più sui bilanci delle Pmi è quello del lavoro e della previdenza: “Le comunicazioni legate alle assunzioni o alle cessazioni di lavoro; le denunce mensili dei dati retributivi e contributivi; la tenuta dei libri paga, l’ammontare delle retribuzioni e delle autoliquidazioni costano al sistema delle Pmi in totale 9,9 mld annui (6,9 mld in capo al lavoro, 3 mld riconducibili alla previdenza e all’assistenza). La sicurezza nei luoghi di lavoro pesa sul sistema imprenditoriale per un importo complessivo di 4,6 mld di euro. La valutazione dei rischi, il piano operativo di sicurezza, la formazione obbligatoria del titolare e dei dipendenti sono solo alcune delle voci che compongono i costi di questo settore. L’area ambientale pesa sul sistema delle pmi per 3,4 mld annui. Le autorizzazioni per lo scarico delle acque reflue e quelle per le emissioni in atmosfera, la tenuta dei registri dei rifiuti e la documentazione per l’impatto acustico sono le voci che determinano la gran parte degli oneri di questa sezione. Di rispetto anche il costo amministrativo che le aziende devono ‘sopportarè per far fronte agli adempimenti in materia fiscale. Le dichiarazioni dei sostituti di imposta, le comunicazioni periodiche ed annuali Iva, etc, costano complessivamente 2,7 mld di euro. Gli altri settori che incidono sui costi amministrativi delle pmi sono la privacy (2,6 mld), la prevenzione incendi (1,4 mld), gli appalti (1,2 mld) e la tutela del paesaggio e dei beni culturali (0,6 mld).”

Giuseppe Bortolussi, segretario Cgia di Mestre a questo proposito afferma: “Sono cifre che fanno accapponare la pelle, ormai la burocrazia è diventata una tassa occulta che sta soffocando il mondo delle Pmi. Nonostante le misure di semplificazione adottate in questi ultimi anni, l’inefficienza del sistema pubblico italiano continua a penalizzare le imprese attraverso un spaventoso aumento dei costi, i tempi e il numero degli adempimenti richiesti dalla burocrazia sono diventati una patologia endemica che caratterizza negativamente il nostro Paese. Non è un caso che gli investitori stranieri non vengano ad investire in Italia anche per la farraginosità del nostro sistema burocratico. Una legislazione spesso indecifrabile, l’incomunicabilità esistente tra gli uffici delle varie amministrazioni, la mancanza di trasparenza, l’incertezza dei tempi e un numero spropositato di adempimenti richiesti hanno generato un velo di sfiducia tra imprese private e Pubblica amministrazione che, nonostante gli sforzi fatti dal legislatore, non sarà facile rimuovere. Se teniamo conto che il carico fiscale sugli utili di una impresa italiana ha raggiunto il 68,6%, contro una media presente in Germania del 48,2% c’è da chiedersi come facciano i nostri imprenditori a reggere ancora il confronto. Per questo bisogna dire basta ad un fisco opprimente e ad una burocrazia ottusa. Lavorare in queste condizioni costringe gli imprenditori italiani a trasformarsi quotidianamente in piccoli eroi: questo non deve più accadere”.

Foto|Google

E.Frau

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